Don Luigi Fasanaro
Contemporaneamente Antonio Ambrosino, Davide Zeccolella e Monica mi hanno segnalato questo articolo di Pina di Franco pubblicato ieri dal quotidiano "Il Golfo": Eccovi dunque l'articolo... *************************************************
Procida - Certe immagini, certi volti familiari, sono destinati ad aprirsi un varco nei luoghi della memoria e ad accompagnarci in quel viaggio interiore che ognuno di noi compie, continuamente, avanti e indietro nel tempo, fra ricordi e progetti, fra ciò che siamo stati e ciò che saremo. Come individui e come comunità, il ricordo delle persone, dei fatti e delle esperienze vissute, insieme al loro significato, in qualche modo ci orienta, ci dice chi siamo. Costruisce una precisa identità o la distrugge, edifica valori o li distorce, muovendo le nostre azioni, spiegando le nostre scelte. Eppure la memoria si imprime nient’altro che nella volontà di un gesto: riannodare i fili del passato o reciderli per sempre. Nel portarsi all’Abbazia, però, a vincere, in molti, è un gesto involontario, un istinto rimasto identico: quello di attraversare la navata laterale con passo silenzioso, ed avanzare fino alla sagrestia, quasi aspettando di vedere Don Luigi fare capolino dalla porta del suo stanzino, dietro la scrivania, un po’ costretto in quell’angusto spazio, grosso com’era, intento a venire a capo di questa o quell’altra questione, al telefono, fra mille carte, mille appunti, brontolando fra sé e sé o con qualcuno dei suoi collaboratori, più inclini a creare pasticci che a risolverli. Questa è l’immagine che vogliamo fermare. Un’immagine senza tanti fronzoli, autentica come lui. E’ l’immagine indelebile dei giorni di festa, delle processioni, delle mattine di primavera che generazioni e generazioni di procidani conserveranno per tutta la vita, ripensando a quel sacerdote che per l’Abbazia, così com’è, ha speso da solo tutta la sua esistenza. A fare anticamera, di solito, lunghe file di questuanti: ognuno veniva a chiedergli qualcosa, con la mano tesa e, spesso, con il cuore nero, scuro, di chi non conosce gratitudine e già pensa a come voltargli le spalle. Quanti affitti, quante bollette da pagare, quanti lavori umili ma dignitosi hanno trovato la via di quella sagrestia e poi l’anno persa, tutto d’un tratto... Quanti problemi, quante vicissitudini familiari e professionali hanno udito con discrezione quelle quattro pareti gremite di foto, di medaglie, di attestazioni di affetto provenienti da tutto il mondo. Perché il Curato era un punto di riferimento per i parrocchiani di Terra Murata e per molti altri suoi concittadini: bussare a quella porta voleva dire, quanto meno, condividere il peso delle proprie preoccupazioni con una persona estremamente pragmatica, straordinariamente colta e, soprattutto, tutta d’un pezzo. Battagliero per indole ed insofferente di fronte all’ingiustizia, non c’era rifiuto che tenesse, interlocutore che riuscisse a restargli sordo troppo a lungo, tanto era tenace, e soprattutto, tale la sua fiducia negli altri, in quella bontà divina che aveva pur dovuto lasciare qualche traccia nel cuore di ogni uomo, ed il cui intervento ravvisava continuamente negli eventi della storia. Don Luigi era uno che le cose non le mandava a dire, senza girarci troppo intorno. E questo ai cari procidani, così ben abituati ad essere compiaciuti e assecondati, non è mai andato troppo giù. Aveva fama di essere un “burbero”, uno che con gente di questa risma “non ci sapeva fare”á Ad un anno dalla sua morte, anche noi vogliamo ricordarlo così, senza “saperci fare”, senza andare troppo per il sottile, attirandoci le critiche degli ortodossi ben pensanti, con i quali questa figura, ancora così scomoda ed ingombrante, poco o nulla ha più a che fare. E vogliamo farlo oggi, a distanza di un anno in cui abbiamo preferito osservare un rispettoso silenzio, nella fiduciosa attesa che un’eredità così pesante potesse essere raccolta, compresa, sviluppata. E’ tempo invece di imbastire un’altra voce, perché pare sia diventato facile, ignobile e retorico, sfregiare la memoria, piegare la realtà alle necessità dell’uso. Cappellano d’onore di sua santità, Cavaliere al merito della Repubblica Italiana, medaglia d’oro per la redenzione sociale e per l’attività umanitaria, Monsignor Fasanaro è stato un sacerdote di uno spessore morale ed intellettuale fuori dal comune. Anni ed anni di seminario, di studi teologici e giuridici, di esercizi di retorica e di stilistica, hanno fatto la differenza in una vocazione precoce (aveva solo 11 anni – nel 1927), rendendolo un sublime oratore ed un interlocutore attento ed appassionato. Il suo è stato un magistero ininterrotto, ostinato, a tratti sofferente. Dell’ignoranza dei fedeli della “cattolicissima” Procida dei “100 preti”, in cui ancora oggi continuano ad insinuarsi interpretazioni distorte della salvezza e del messaggio evangelico, intrisa di credenze e di pratiche pagane, se ne faceva un cruccio. Ne sia testimonianza, a titolo di aneddoto, la riparazione urgente delle ali della statua di San Michele Arcangelo presso una famiglia di maestri argentieri napoletani a cui il Curato fu costretto a ricorrere, per l’abitudine che avevano i confratelli di portare il Santo in processione facendolo ondeggiare, così che il movimento simulasse il battito delle aliá Ecco perché le sue omelie non erano mai un momento stanco in cui parafrasare le letture, ma il cuore di una catechesi tenace, caparbia, tesa a scuotere la comunità da quell’abulia e dall’atavico torpore dentro cui è ancora imbrigliata, attirandosi non di rado le antipatie di quanti avrebbero preferito che tacesse, accomodasse. Del resto, quando tutto intorno è una profusione di pacche sulle spalle e di insipide carezze, chi accetterebbe mai di sorbirsi un rimprovero? Don Luigi è stata una persona coerente fino all’estremo, e prima ancora, un prete che ha vissuto con straordinaria intensità il significato del suo sacerdozio, testimoniandolo anche attraverso una forma, un abito, che oggi sembra un sacrificio per molti, quasi una vergogna, tale è la costanza con la quale si rifugge. Non ricordo di averlo mai visto senza la tonaca: lunga, spessa, scura. Persino d’estate, anche quando per la malattia ne avrebbe giovato, manteneva una compostezza, un contegno pregno d’amore per quelle vesti. Simboli, gesti, significati che ai più oggi risultano incomprensibili, al pari di ciò che spinge quei religiosi a scegliere di rinchiudersi nelle celle di un solitario monastero, consacrando tutta la vita all’adorazione e alla preghiera. Solo questo tipo di sensibilità, questa impronta mistica ormai perduta avrebbe potuto edificare un luogo di culto tanto suggestivo qual è l’Abbazia, e preservarne l’essenza dalle incursioni dell’immanente. Nell’Abbazia tenuta da Don Luigi ogni cosa, ogni oggetto, anche quello all’apparenza più insignificante, raccontava la sua storia, esprimeva il suo legame con una devozione antica, senza temere di sembrare ridondante. Gli altari erano ornati, come cinquanta, sessanta anni fa, di panni orlati ancora a mano, donati da qualche famiglia del borgo o dell’isola. I candelabri facevano bella mostra, senza pretensione, senza voler urtare la sensibilità di quanti oggi vorrebbero una Chiesa povera e prostrata. E così tutti gli altri arredi, i libri, i testi sacri, gli ex-voto: tutto disposto secondo un ordine preciso, in un «unicum» con la Chiesa stessa. Forse è per questo che varcando quella soglia si aveva l’impressione di ritornare un po’ bambini, di rivivere i colori, i suoni, le atmosfere dell’infanzia; quell’odore di carta pungente, il profumo dell’incenso misto alla salsedine. Ogni chiesa, come ogni casa, ha il suo odore: quella familiarità che si sprigiona in un moto d’accoglienza involontario. E’ la capacità di farsi rifugio, riparo; è il dono di farsi silenzio, raccoglimento, dialogo intimo con Dio. Anche per questo l’Abbazia non è mai stata solo una parrocchia. Anzi, oggi non avrebbe senso continuare a considerarla come tale. Di parrocchie ce ne sono a iosa nell’isola. Ognuna ad immagine e somiglianza dei propri fedeli. E con queste parrocchie, e con questi fedeli, che non l’hanno mai considerata Chiesa Madre, l’Abbazia non ha nulla a che spartire. Potrebbe persino rimanere chiusa. In fondo, non meritano forse questo i procidani? Non si sono già industriati ciascuno con il proprio patrono, la propria processione, la propria sagra, la propria ultima cena, le proprie “quarant’ore”á ? Ultimamente, anche dalle colonne del nostro giornale, i disinformati hanno appreso della necessità di lavori di ristrutturazione urgenti all’interno ed all’esterno della casa dell’Arcangelo Michele. Come se Mons. Fasanaro per tutto questo tempo avesse gridato al vento. E lo hanno fatto, pare, con sommo stupore. Quasi senza aspettarsi che i lavori eseguiti nelle altre chiese dell’isola, persino meno antiche, fossero necessari anche per l’Abbazia, e senza mettere in conto che gli interventi da realizzare su un corpo edilizio di otto secoli e passa potessero avere ben altra portata ed incidenza. Certi altri, invece, pare che abbiano appreso la notizia con un pizzico di delusione, poiché - dopo aver contribuito per anni al suo buon andamento - ed in virtù dell’appoggio economico della più numerosa comunità parrocchiale dell’isola, Terra Murata (!), davano per scontato che l’Abbazia disponesse di chissà quali risorse. Nonostante fosse proprietà di un Demanio totalmente assente e inadempiente, insensibile agli appelli del Curato. Nonostante fosse tenuta su fra mille stenti. Nonostante fosse un gruppo di semplici volontari ad incaricarsi di curarne il patrimonio artistico e librario. Oggi, è tutto uno stracciarsi le vesti. Ma non c’è traccia del colpevole silenzio e dell’indifferenza che ha albergato nelle intenzioni di ciascuno. Della finta ignoranza che ha fatto comodo a tutti. Della doppiezza che ha guidato i comportamenti di taluni. Nell’attesa, chissà, che tutto precipitasse per poterne raccogliere le briciole, fedeli ad un modus operandi che si ripete, di avvicendamento in avvicendamento. Dov’era allora la società civile? Inseguiva forse i titoli, i meriti, gli incarichi altisonanti? E il clero? Dov’era il clero dell’isola, più capace, più giovane, più mite e ragionevole? Don Luigi non ha avuto il tempo di vincere tutte le battaglie, e qualcuna l’ha anche persa. Forse avrebbe dovuto dar retta a quel suo galeotto, un noto falsario: «Don Luì, se mi fate uscire da qui, ve la rifaccio da capo la vostra Abbazia», soleva raccontare quando veniva vinto dallo sconforto, facendo un po’ di confusione con il Cenobio di Santa Margherita. «Chi li ricorda?»: mai titolo fu più indovinato e più profetico per una platea così adusa a perdere la memoria, e insieme, aneddoti, emozioni, scorci inediti della nostra storia. Nel tentativo di condividere quella che sentiva come una ricchezza, e di tramandare un ricordo doveroso, necessario, Don Luigi ha realizzato un volume di memorie come pochi nel panorama dell’Italia post fascista, in cui sfilano le figure politiche ed intellettuali più importanti della storia del Paese prima della Guerra, e di cui giovane Cappellano, fu confidente e confessore. Un libro che avrebbe potuto assurgere a simbolo di un’isola considerata per troppo tempo solo come un’appendice carceraria. Quell’isola però, quell’isola che non lesina interesse per racconti verosimili e storie scopiazzate, che s’industria per consegnare targhe, ed elevare a “cittadini onorari” persino i gatti dell’ultima Marina, non ha saputo (o voluto?) riconoscerne gli oggettivi pregi, storici e personali, mostrandosi ancora una volta miope, piccola e gretta. Questo è il tesoro, questa la ricchezza che ci ha lasciato Don Luigi, il Curato: la memoria. E noi, a dispetto di tutti, non dimentichiamo.
***********************************************