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Procida e il turismo PDF Stampa E-mail
Si sa sull'argomento esistono infinite versioni e variazioni. Se vogliamo contare solo i procidani ognuno ha almerno una versione ( ce n'è anche chi di versioni ne ha due o più a seconda dei casi e delle situazioni!). Se poi a questo vogliamo aggiungere i visitatori le versioni si avvicinano, come numero, alle stelle del firmamento! Cio non toglie che è necessario anzi vitale affrontare l'argomento e promuovere il dibattito... E' per questo motivo che pubblichiamo l'articolo seguente apparso sul giornale Il Golfo e  che l'autrice, Pina Di Franco ha messo gentilmente a nostra disposizione. L'articolo dal mio punto di vista è troppo polemico e presenta analisi mooolto opinabili ma ha l'innegabile pregio di essere (prorpio perchè polemico) ideale per aprire un dibattito. Vi invito quindi a leggerlo con attenzione e  a mandarmi le vostre impressioni, contestazioni, risposte: le pubblicherò nei limiti del possibile. Una sola cosa, come al solito, vi chiedo: siate generosi, evitate gli attacchi personali e considerate che in ogni caso ci vuole una buona dose di coraggio per esprimere la propria opinione in una materia cosi spinosa e cosi piena di interessi personali.
buona lettura

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Fra iniziative, manifestazioni e proposte bislacche il caos già regna sovrano

Benvenuta estate… ma per chi?

Dalle associazioni alle parrocchie: nessuno riesce a sottrarsi alla tentazione di accendere su di sé i riflettori.
di Pina Di Franco

Il prologo

Siamo ai nastri di partenza: il caldo è soffocante e l’afa sembra dilatare a dismisura il tempo. Qualcuno già sgomma rabbioso sull’asfalto; qualcun altro non ha nemmeno acceso i motori.  Il caos però già regna sovrano.
Più che un solstizio d’estate sembra un supplizio destinato a finire solo con le prime piogge che annunciano l’inverno, quando questo inspiegabile delirio collettivo lascerà il posto alla routine quotidiana, come quei brutti sogni che per fortuna svaniscono all’alba.
La stagione turistica sta entrando nel vivo. E’ evidente dal balletto di proposte e di iniziative che puntualmente sono già saltate fuori, le une contro le altre armate, a colpi di locandine per le vie dell’isola, e di improbabili dibattiti moderati fra nuovi intellettuali “sans papier” e vecchi “poeti laureati”. D’estate, ciò che è giaciuto insonnolito per l’intero inverno, come d’incanto si ridesta. E’ tutto un fiorire di virtù civiche, senso delle istituzioni, aneliti di ambientalismo. Resuscitano persino le Muse dell’arte, come per un istinto di conservazione…

Traffico ed economia isolana: la questione del divieto.

Come ogni anno, la sensazione è che le sorti dell’isola siano legate in modo indissolubile al problema traffico. Pare che questo, e non a torto, sia il vero cancro che soffoca l’isola, l’infermità che le impedisce di esprimere tutte le potenzialità represse che un gruppo di associazioni, animate da filantropico altruismo, sta cercando di liberare e di incanalare. Da qualche mese a questa parte, un po’ in anticipio rispetto alla stagione delle pioggie e quasi a volerla a tutti i costi anticipare, nel bosco e nel sottobosco della nostra società civile spuntano filantropi come fossero funghi. Autentiche epifanie, inaspettate “auctoritates” in grado di gettare nuova luce sulle questioni più attuali dell’isola.
In uno slancio di autentico disinteresse, si pensa, per esempio, di limitare il traffico perché «con meno traffico si fanno più acquisti», pare. Il ragionamento effettivamente non fa una grinza: se uno non ha la macchina se ne va a spasso per il centro, finalmente libero dalla schiavitù di un “grattino”! Cosa saranno mai per le floride tasche dei procidani poco meno di venti euro (le vecchie quarantamila lire…) per andare in taxi dalla Chiaiolella alla Marina e ritornare, se si apprezza così la tranquillità di un pomeriggio tutto all’insegna dello shopping? Vuoi mettere l’ansia del parcheggio e la rabbia di qualche striscia blu che doveva essere bianca? Una prospettiva da fregarsi le mani (o da strapparsi i capelli, dipende) almeno fino a quando il trasporto pubblico cittadino continuerà ad assomigliare più ad un trasporto bestiame. E cioè ancora per molto.
Eppure, a ben vedere, si fa largo un interrogativo. Timido, semplice, a tratti imbarazzante: cosa c’è da comprare qui a Procida?

Le radici di una crisi
Almeno fra noi dobbiamo essere onesti, e smetterla di raccontarci fesserie: oggi Procida non ha proprio nulla che la contraddistingua a livello commerciale. Pur suscitando l’ira di quanti vanno millantando esperienze uniche ed irripetibili da vivere proprio in quest’isola e non in un qualunque altro luogo, a parte i limoni (la cui Indicazione Geografica Protetta è ancora solo una proposta in fase di elaborazione, a differenza di quelli di Amalfi e di Sorrento), e forse la caratteristica “lingua”, mai valorizzata, non c’è nessun tipo di produzione tipica locale che ci identifichi.
Per intenderci, non abbiamo la pasta di Gragnano, né la mozzarella di bufala o i prodotti caseari dell’agro aversano; non abbiamo la tradizione pasticciera del napoletano né quella dolciaria tipica del beneventano, con i suoi gustosissimi torroni. Non abbiamo oliveti, né vigneti di pregio da commercializzare con successo. L’unica risorsa alla nostra portata è il mare, e quindi il pesce, che dovrebbe essere messo al centro di ogni iniziativa turistica e culturale, e che invece viene  puntualmente snobbato, quasi con disprezzo.
Quanto all’artigianato, si apre il cuore allo sconforto: sappiamo fare poco o nulla, e quello che facciamo talvolta ci riesce pure male. Non esistono botteghe artigiane più o meno rinomate che sappiamo fare in modo eccellente qualcosa di tipicamente legato alla storia del nostro territorio. E’ un dato di fatto. Abbiamo noi qualcosa di simile alle sete di San Leucio o alle porcellane di Capodimonte? Siamo forse in grado di produrre qualcosa che ci caratterizzi come la lavorazione delle ceramiche fa per la penisola sorrentina e per l’alto beneventano (Cerreto, San Lorenzello), quella del corallo per il territorio torrese o stabiese, l’intarsio (ancora) per i sorrentini, la conciatura di pellami per gli avellinesi, la creazione orafa per i basso-casertani, la liuteria o la presepistica per i partenopei?
Stretto necessario a parte (purtroppo), perché comprare a Procida ciò che si trova comunemente a mezzora di traghetto con un risparmio talvolta superiore anche al 50 per cento? I negozi, per forza di cose, sono piccoli e stretti come loculi: non c’è posto per la merce, e di conseguenza, non c’è varietà di scelta. Al più, si può ordinare direttamente da un catalogo, con inevitabili sorprese alla consegna. Mancano, del resto, anche delle vetrine importanti, di spicco, che qualifichino seriamente il territorio, soprattutto in termini di immagine: le grandi firme sono del tutto assenti. E questo la dice lunga sulle capacità imprenditoriali finora espresse, o sulle potenzialità del nostro bacino turistico. Specialmente se il tutto si riduce a quattro bancarelle di asciugamani e cappellini.
A sentire certi discorsi, dunque, l’impressione è quella di trovarsi in mezzo ad anatre che pensano di avere la caratura d’aquile. Ben lieta di offrire sempre nuovi spunti, s’intende.

Il punto sulla vocazione turistica dell’isola
Una sola cosa, un solo prodotto o una sola abilità sulla quale far convergere gli sforzi di tutta la collettività, basterebbe per ridare slancio ad un’economia ferma a vent’anni fa. Basterebbe capire, con quel tanto di determinazione che smuove persino le montagne, a che cosa votarsi, a cosa dedicare i propri sforzi per montare una macchina da guerra a cui resterebbe solo la scelta di produrre tutto in serie o ritagliarsi una fetta di mercato nella nicchia dei prodotti di qualità. Fare una sola cosa, ma farla meglio di chiunque altro, tanto da costruirci intorno tutta la propria economia.
E’ una questione di metodo, di esperienza, di professionalità che non ci sono perché prive di radici, là dove il mestiere è sempre stato quello di andare per mare, navigare. In quello sì che i procidani hanno saputo eccellere.
Ma se i tempi sono cambiati (e già da un bel po’), se l’isola ha presunzione di turismo e pruriti di competitività con realtà di cui non è nemmeno l’unghia del piede, bisogna decidere cosa farla diventare. Perché, anche su questo fronte, c’è poco da addossare le colpe a questo o a quell’altro capro. Non abbiamo chilometri di spiagge (e per più della metà di quelle che ci sono, ufficialmente non è consentita la balneazione), né terme o altre fonti sorgive con cui richiamare un turismo sempre più legato al benessere e alla cura di sé. Non ci sono spazi verdi (a dire il vero, non ci sono proprio spazi), e quelli che sopravvivono sono ben lungi dall’essere attrezzati. Non siamo una realtà a misura di bambino o di famiglia, perché ci mancano i più elementari servizi; né siamo un’isola votata al divertimento (in tutto pare che si contino due o tre pub ed una sola discoteca) in grado di allettare frotte di giovani irrequieti. Non abbaimo strutture adeguate ad ospitare conferenze e congressi (e quindi presenze di elevato spessore culturale ed intellettuale), né tanto meno abbiamo colto l’occasione di fare da cornice ad eventi di richiamo nazionale ristretti ad un pubblico di soli amatori (uno su tutti, il raduno delle Harley Davidson).
Dalle feste di quartiere e dalle sagre di parrocchia sembra che il nuovo turismo da proporre voglia o debba avere una vocazione enogastronomica. L’idea potrebbe essere vincente: cavalca una tendenza che va per la maggiore. Ma anche in questo caso occorre fare delle considerazioni.
Pensiamo alla recente Sagra del Pane, solo per citarne una. Un successo, dicono, che non può che far piacere. A ben vedere, bisogna accogliere la domanda che sorge spontanea in chi apprende dell’evento: a Procida sanno fare bene il pane? Vallo a spiegare che non c’entra niente con quel sapore di lievito che si sente in molte, troppe “tartarughe” e “zoccolette”, e che è soltanto un pretesto per dare alla parrocchia del Santo protettore dei bambini tanto sostegno quante sono le esigenze materiali e spirituali manifestate dai fervidi fedeli. Il fatto che anche le parrocchie si siano lasciate trascinare da questa smania baracconistico-turistica che ossessiona disordinatamente tutto il territorio, è senz’altro indicativo del termometro spirituale dell’isola. Ma a questo dedicheremo poi ben altre ed approfondite riflessioni.
Resta il fatto che l’organizzazione di tali manifestazioni è e rimane disorganica e disarticolata: su un’isola di 4 Kmq, ognuno si organizza la «sua» Sagra, la «sua» festa, la «sua» manifestazione, nell’anarchia più totale ed insindacabile, perché tutto è affidato alle risorse personali di gruppi di privati in cui pochi possono mettere becco. E siccome, come si diceva, si brancola ancora nel buio, tutto fa brodo, all’insegna del borbonico motto “facimme ammuina”.

La ricettività
La nostra ricettività si esprime, complessivamente, con 700-800 posti letto, escluse le seconde e terze case destinate alle vacanze, spesso vergognosamente spoglie e malandate, quasi a dover accogliere sempre le famiglie “sfasciatutto” del comprensorio puteolano o napoletano. Di quelle che per capirci, senza offendere nessuno, chiedono quattro posti letto e poi si presentano con armi e bagagli accompagnati fino alla quarta generazione di parenti.
A poco vale quindi distribuire agli sbarchi le piantine dell’isola se non hanno fatto ancora sparire quelle guide imbarazzanti che hanno suscitato l’ilarità degli operatori turistici concorrenti. Se ad attendere cotesti sprovveduti ed incauti visitatori ci sono persone che si esprimono con difficoltà persino in italiano, figurarsi l’impatto con una lingua straniera. Negli esercizi pubblici la musica non cambia: cosa aspettano ristoratori, baristi e negozianti ad imparare un po’ di inglese, francese, spagnolo? Funzioni linguisatiche basilari, lessico da livello soglia. Niente di più. 

L’emergenza rifiuti ed il decoro urbano

Quanto alla spazzatura, si sa che l’emergenza rifiuti, soprattutto in questo periodo, è un riflesso della drammatica situazione in cui versa tutto il territorio campano, assurta a questione politica di primo piano, difficile da dirimere perfino per i vertici del governo. Procida, pur nelle difficoltà innegabili legate al conferimento dei propri rifiuti (con la discarica di Villaricca già da tempo al collasso), per fortuna non ha idea di quello che sono diventate le periferie urbane e suburbane. A noi questo spettacolo, per il momento, è stato risparmiato. Dobbiamo darne atto.
Fa specie però che a stracciarsi le vesti siano proprio gli esercenti, quella categoria che maggiormente sversa nelle strade cittadine, senza badare ad orari e siti, e che maggiormente fa sversare, considerando il volume di rifiuti che nei weekend si accumula nelle zone “calde” dell’isola nei pressi di bar, ristoranti, gelaterie e stuzzicherie.
Del resto, le pile di cartoni accumulate nei luoghi più belli dell’isola rendono i nostri itinerari più caratteristici, seppellendo in fondo al cuore e alla coscienza la sofferenza che segue sempre ad ogni dissesto, ad ogni infausta calamità.

Anche quest’anno, e forse più degli altri anni, speriamo che l’estate passi in fretta. Speriamo… che ce la caviamo.

 

 

 
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