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Procida, cosė vicina, cosė lontana PDF Stampa E-mail
Ciao Peppino,
seguo di buon grado il tuo impegno multimediale che, oltre al pregio di darmi notizie aggiornate della mia cara isola, sta mutandosi man mano in un forum sugli usi ed abusi isolani, e dunque mi tiene informato sull'evolversi costante del "fenomeno sociale del nostro piccolo scoglio partenopeo"!
Sono, tra gli ormai tanti, l'ennesimo "Procidano Lontano" che ben tredici anni fa, senza alcuna pressione ma con tanti sogni nel cassetto, ha preparato la sua prima valigia e se ne è andato a vivere in un'altra città, conscio che quello che cercava non poteva essere portata di mano e dunque bisognava trovato solo da... un'altra parte. È vero che nelle Megalopoli come quella in cui vivo le opportunità di crescita sono naturalmente maggiori, ma è purtroppo anche vero che sono tanti anche i rischi che si corrono giorno per giorno.
In questi anni non sono mai riuscito ad autoconvincermi che dell'isola posso farne anche a meno… mi manca quello che è, ma soprattutto quello che era e che ormai non è più. Forse perchè vi associo i miei ricordi di adolescente venuto su nell'ambiente sano e sicuramente un po' troppo ovattato del piccolo centro; forse anche perchè lì c'è la mia famiglia ed i miei amici con cui sono cresciuto; forse perchè puoi anche andare dall'altra parte del mondo, farti una nuova vita, conoscere gente e fare nuove esperienze ma anche se tiri forte le tue radici non riuscirai mai a sradicarle del tutto, resterà attaccato anche un piccolo pezzettino che sebbene minuto e fragile, fungerà per sempre da cordone ombelicale con le tue origini.
Sarebbe banale continuare a ciarlare su quanto è cambiata l'isola in questi ultimi anni… D’altronde se m’è lecito vorrei osservare che solo chi vien da "fuori" e posa il piede solo di tanto in tanto sullo scoglio, possa percepire con maggiore sensibilità ed oggettività l'evoluzione (involutiva) del nostro “sistema” isolano. Sostengo questa ipotesi perché mi capita spesso di confrontare le mie sensazioni di quasi “forestiero” con chi, suo malgrado, resta "isolano dentro l’isola" e non avendo più pietre di paragone se non con sbiaditi ricordi, finisce con l'abituarsi a tutto, ma proprio a tutto…
Sarebbe altresì banale fare paragoni tra Procida ed altri luoghi in quanto ogni complesso sociale ha le sue leggi evolutive e viaggia su di un binario diverso (dunque mai e poi mai mi sentirei in grado di compararla con Roma, Napoli... o Milano). L'isolanità è un concetto molto particolare che è stato definito con notevole profondità (grazie ai numerosi esempi empirici ed alle precise pennellate descrittive) dal nostro amato ex sindaco e scrittore Vittorio Parascandola  nel suo libro “L’Isola Dentro” che immagino tu abbia letto e spero l’abbiano fatto anche gli altri nostri concittadini, soprattutto quelli che sfoggiando su questo sito interventi talmente edotti mi lasciano spaesato e fanno ricrescere in me la voglia di gettare tutto alle ortiche per rintanarmi sulla sommità di una colonna e darmi alla meditazione vipassana…

Questa “isolanità” ce la siamo sempre portata dentro, insita nelle nostre ossa, radicata in ciò che è impossibile estirpare e senza volerlo l’abbiamo pure esportata  oltre il mare che ci separa da tutto e da tutti. E qui vorrei entrare nel merito della discussione circa la “cultura dell’orticello” sollevata dall’ormai noto Mimmo Italia. Procida sembra sempre più isolata e lontana dal mondo che la circonda perché è la stessa nostra isolanità che ci porta a fregarcene di quanto succede anche a poche miglia dal nostro piccolo scoglio e ci accorgiamo dell’esistenza di altri problemi solo esclusivamente quando ci pungono nel vivo…
È questo il caso dell’emergenza rifiuti di cui noi stessi dobbiamo attribuirci una grossa fetta di  responsabilità, in quanto la nostra isola è stata centro di una notevole propaganda a favore del riciclaggio. Siamo stati consapevolizzati circa la necessità di distribuire i nostri “avanzi” tra i vari sacchetti ma ho sentito troppi “chissenefrega” oppure ”machimelofafare”… e così via dicendo. Il bombardamento mediatico degli ultimi anni su tale argomento sembra quasi non aver raggiunto il nostro borgo felice dando l’impressione che ci nutriamo solo di Grande Fratello e Novella2000. Non è giusto attribuire la colpa solo ed esclusivamente all’amministrazione comunale se poi non vedo rispettati né i divieti posti da essa a garanzia della decenza, ma nemmeno i divieti che la nostra stessa etica dovrebbe far scaturire in noi  in maniera spontanea ed automatica. Il mio risentimento va a chi fregandosene di tutto e di tutti affolla le nostre (e ripeto e sottolineo quel NOSTRE) di rifiuti d’ogni sorta, dimensione e tipologia a tutte le ore del giorno, anche nelle fasce protette… quasi vivendo con l’ansia di liberarsene il prima possibile. Cosa costa aspettare i giorni precisi in cui frigoriferi e materassi possono essere ritirati dai nostri numerosi, amati e coccolatissimi dipendenti della Nettezza Urbana? Quanto costa aspettare la sera per gettare via  i sacchetti degli umidi? Non sono mica pacchi bomba a rapido innesco o scorie radioattive!!! È vero anche che i cassonetti sono pochi e mal distribuiti, ma quanto costa farsi duecento metri a piedi fino all’area di raccolta più vicina? Siamo nella patria di vecchi ottuagenari sordi, ciechi ed invalidi oppure in un paese dove son tanti quelli che hanno girato il mondo e, facendone tesoro, hanno appreso in maniera osmotica cosa vuol dire davvero la parola “senso civico”.  I nostri padri hanno potuto toccare con mano la magnificenza ed il decoro delle cittadine inglesi, il lusso delle metropoli statunitensi, l’ordine dei paesi nordeuropei. Vorrei capire se qualcosa di quanto hanno visto sia servito a farne tesoro nell’inculcare in noi piccole ma buone dosi di civiltà. Ma forse sono stesso loro scaricano negli stupendi cassonetti della N.U. carriolate di letame che di nascosto dai loro stessi figli, la mattina presto per non farsi vedere da nessuno e nemmeno dalla loro stessa coscienza. L’ho visto fare con i miei occhi e non potrò mai dimenticare la risposta che mi si diede… “beh non tengo dove metterla, mica la posso ammontonare sotto al letto”?. La tutela del nostro orticello non dovrebbe  pregiudicare quella degli altri ma fino a quando non capiremo che viviamo tutti in un sistema più ampio e connesso non basteranno presìdi militari, diktat politici, norme e sanzioni salate, divieti è proclami. Fin quando continueremo a limitarci al culto del nostro egocentrismo ritenendo gli spazi comuni roba di nessuno, il nostro concetto di isolanità potrà esclusivamente essere letto in un’ottica pessimistica precludendoci dunque di sfruttare con efficacia la nostra situazione socio-geografica che è tanto invidiata da molti che non la conoscono. Sembra una contraddizione ma alla luce dei fatti recenti non credo sia necessario tornare troppo indietro nel tempo per renderci conto di quanti danni ha fatto l’individualismo nostrano, che è alla stregua di un prosciutto od un vino potrebbe essere blasonato da un bel marchio  di D.O.C.G.
Mimmo Italia si è lamentato della mancata presenza a Milano di una delegazione isolana. Investire in comunicazione non vuol dire buttare soldi ma evitare di essere investiti dalla concorrenza. L’abbassarsi della quota limite pro-capite spendibile in turismo(secondo Istat ed Enit)  ha reso i tour operator sempre più agguerriti e dunque non basta più fare affidamento sulla rinomanza di un luogo per renderlo turisticamente appetibile. Serve qualcosa di più che abbiamo perso col tempo, in quanto Procida non è più quella vacca grassa facile da mungere. Ricordo che nei mesi estivi di solo un decennio fa era quasi impossibile trovare una casa sfitta oppure una camera d’albergo vuota. Tutto ciò nonostante il basso profilo logistico delle stesse abitazioni date in locazione (una buona percentuale erano tuguri abusivi, costruiti in economia e forniti di poche e scomode comodità) e nonostante il basso livello di servizio fornito dagli albergatori. I miei ricordi di adolescente sono legati a numerosi villeggianti ma sono cresciuto ascoltando le loro lagnanze che si sono infittite via via col passare del tempo ed ora gli habitué si contano davvero sulle punte delle dita di poche mani. Non abbiamo saputo ascoltare le loro recriminazioni, io stesso mi son difeso dalle loro offese senza capire che avevano ragione. Ci siamo troppe volte aggrappati sugli specchi, (inventandoci che meno gente sarebbe venuta e meglio avremmo vissuto) e scivolandone giù abbiamo contribuito all’affossarsi del nostro piccolo paradiso. Stiamo rischiando davvero che il mare ci sommerga?
Mancano  o sono in lento sviluppo quelle infrastrutture pubbliche oggettivamente necessarie come un molo d’attracco fatto bene, strade percorribili ed illuminate, un eliporto accessibile e funzionante in ogni situazione, servizi idrici proporzionati all’effettivo fabbisogno…. Tale penuria è invece compensata dalla costruzione di aggeggi inutili (l’esempio più evidente ne è la mitica fontana di Piazza Posta) oppure dalla messa in opera di iniziative che hanno contribuito al lucro di pochi sia in maniera diretta che indiretta (leggasi il porto turistico di Marina Grande, la fortificazione di alcuni tratti di costa a scapito di altri,  le fantomatiche case popolari alla Corricella oppure quello stadio moderno in continua espansione urbanistica, sogno di qualcuno, desiderio di molti, sollazzo di pochi).  Non abbiamo una piscina comunale, ma possiamo vantarci del fatto che una nobile e fortissima squadra di calcio porta il nome della nostra isola in giro per la Campania. Non abbiamo più spazio per i nostri defunti al cimitero ma possiamo vantarci del fatto che la Juventus  ha scelto il nostro scoglietto per uno dei suoi Summer Camp!!!
Ma è anche vero che nemmeno l’iniziativa imprenditoriale privata (salvo rari casi ) si è fatta valere di recente perché niente garantisce con sicurezza il rapido “ritorno” degli investimenti….. Dunque si tende a scegliere strade alternative che minimizzano allo stesso tempo sia l’impegno economico che il grado di rischio. È ovvio osservare che il risultato di tutto ciò è spesso e volentieri un accocco di risultati parzialmente soddisfacenti alla luce dei nuovi spostamenti di tendenze in ambito turistico. La gente adesso è diventata molto più esigente di prima, a fronte di una disponibilità economica più bassa vuole più servizi ed un trattamento che, nella maggioranza dei casi, non può essere assicurato dalle strutture procidane. L’obsoleta liason  privato-pubblico della nostra isola andrebbe rivista ed aggiornata in un’ottica di impegno bilaterale. Se da una parte le istituzioni comunali dovrebbero  cominciare a prendere come esempio i comuni liguri e toscani, dall’altra gli albergatori (ed in genere tutto l’indotto del turismo isolano) dovrebbero cominciare a dare una significativa spuntata a tutte quelle siepi che separano i loro rispettivi orticelli. Solo con il supporto di efficaci attività di concertazione sarà possibile riformulare una più onesta e razionale comunione d’intenti, al fine di rivolgere i nostri sforzi nella stessa direzione.
Altrimenti vuol dire che è arrivata l’ora di abbandonare definitivamente l’isola e migrare verso altri lidi sabbiosi.
Attilio Colandrea
 
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