Riflessioni di Mariella Scotto
E' arrivata qui a procidaniuse una lunga e-mail a firma Mariella Scotto. Tengo a precisare che non ho nessuna capacità di controllare ne la firma ne l'indirizzo e-mail (entrambi come ben sapete ampiamente falsificabili)
La pubblichiamo integralmente riservandoci di rispondere con calma.


Se non è troppo lungo il pezzo che le contiene, e non occorre tagliarlo, avrei piacere di ricevere pubblicate le mie riflessioni.
mariella scotto, maestra elementare.

“Dai peso”
La regola del Nome
Viviamo in un’epoca mediatica, la nostra vita ancor più che per come è vissuta, acquista spessore per il modo in cui viene raccontata. Le parole non hanno corpo, ma di certo un loro peso specifico: possono essere molto leggere o pesare come macigni. Molte di esse sono spese nell’inno quotidiano ai Valori dell'Umanità: la Pace, la Solidarietà, la Correttezza e la Lealtà, la Cristianità, la Fratellanza Cosmica.
Sono concetti sufficientemente generici per essere adattabili ai nostri comodi e non ci appare incoerente  la leggerezza con la quale, molto spesso servendoci proprio delle parole, compiamo ai danni dei “vicini”, atti di offesa non perseguibili come diffamazione, ma sufficienti alla  delegittimazione di persone ed esperienze. Fatalmente sono casi in cui non si è troppo “esposti” nella comunicazione, ma protetti in anonimati di vario tipo, nella totale libertà di avventurarsi in ogni sorta di dichiarazione senza contraddittorio: ormai si può dire e scrivere di tutto, con cordiale  imperturbabilità, sostenere qualsiasi tesi, anche la più curiosa. Grande influenza su un tale fenomeno ha la malafede dei dichiaranti, ma certamente anche la scarsa conoscenza di temi ed argomenti su cui comunque si vuol essere liberi di esprimersi. Poco importa se la confusione e l’ approssimazione, irresponsabilmente, rendono la soluzione ai problemi sempre più lontana.
Mi trovai coinvolta, poco tempo fa nella seguente discussione.
“Io non sono tenuto a “conoscere” i problemi, ho il diritto di dire, e anche gridare, quello che penso”.
“E se dicessi cose imprecise, incomplete…?”
“E che male farei? Io parlo soltanto”
“Non dovresti informarti meglio, prima? Non è corretto esprimere pareri senza cognizione di causa”
“ Le cose vanno così! Non viviamo certo in paradiso”
Non è quantificabile la pericolosità di queste affermazioni, la moralità di chi spara a zero senza curarsi delle conseguenze.

Forse, dovremmo ragionare di più sui nostri comportamenti e sulle regole interne alle comunità che noi stessi formiamo: famiglia, luogo di lavoro, comitiva, paese. Chiederci, per esempio, se abbiamo dei doveri anche di tipo affettivo verso i simili e obblighi morali verso chi chiamiamo "AMICO": che cosa è lecito "proporsi di offrire”, cosa è legittimo "aspettarsi di ricevere".
Che cosa  è lo spirito di socialità, il senso della Comunità; un vero gesto di amore, un episodio di amicizia e, per contro, cosa sono un tradimento, un'offesa, un atto deprecabile.
E’ da poco passato Natale, forse dovremo interrogarci nel silenzio delle coscienze o, ancora meglio, nel corso di una riflessione comune: quanto vale un’opera di carità, se ci rendiamo, nella quotidianità, avari di sostanziale attenzione e cura verso gli altri da noi; di atti benevoli di rimozione delle altrui frustrazioni; se abbiamo smarrito la consuetudine alla cortesia e alla gentilezza, alla pazienza, alla capacità di immedesimarci nei panni altrui.
Che un “amico”, o semplicemente un altro uomo, sia solo a soffrire, senza di noi o, a volte, proprio a causa di noi, sembra alla coscienza meno grave che tenersi in tasca un euro di elemosina.
La lotta all’infelicità ci vede in molte occasioni, dettare regole:“ non dire il falso; non fare la spia; ascolta l’altro; ama il prossimo tuo”. Ma risultiamo incoerenti con “l’ esempio” e la testimonianza.
Il mio parroco cita spesso la risposta di un giovane alla propria famiglia che gli rinfacciava le sue “pericolose compagnie” e lo induceva a una maggiore prudenza:
“Fate tante chiacchiere su bontà e solidarietà, poi mi chiedete di abbandonare i miei amici al loro destino…!”
I “figli” sono disorientati dalle nostre condotte contraddittorie, fanno fatica a crearsi metri di giudizio, a costruirsi un’identità solida che non ceda alle spallate della modernità, alle vecchie e nuove insidie. Dovremmo, gli adulti, essere per i giovani dei fari, dei riferimenti credibili e invece, il più delle volte, non appariamo che  insegnanti di pura teoria.
Affascinante, elegante eloquenza teorica! Non importa se con la retorica improbabile  li trasformiamo in navicelle senza bussola, in eroi disarmati da consegnare all’esistenza. Dolenti, fumati, bevuti, disorientati...fragili come vetro.  Ci è sufficiente dotarli di buoni propositi.
Ogni giorno, per tornare al tema delle “parole”, compiamo atti e diciamo cose che “contendono- come dice il Foscolo- il nome al prossimo”.
Un comandamento del Sinai prescrive di onorare il nome dei genitori. Il verbo ebraico dice letteralmente “Dai peso al Nome. Perché di quel peso dato a loro tu sei fatto. Senza di quello sei un fiocco di neve".
Nella mia famiglia, e non solo nella mia, vi è l’esempio di figli venuti da lontano a cui non è stato “toccato” il NOME d’origine, considerato radice, provenienza, essenza del sé.
In virtù di questo stesso principio, non siamo autorizzati a demonizzare le persone, neanche quelle che si trovano nella posizione di essere giudicate.
Il  NOME - come dice Kipling- “ appartiene ai figli e alle figlie della vita stessa”, non solo ai singoli.
Certo! chi assume incarichi di responsabilità deve dare conto di sé in ogni momento, ma non è morale, da parte di chi può legittimamente, e  “deve”, esprimere giudizi e “pagelle”, affidare la comunicazione a strumenti imperfetti, a linguaggi inadeguati in contesti non idonei. E’ deprecabile la bugia manifesta, ma anche la manipolazione della verità, quella detta e soprattutto quella scritta; la ridicolizzazione, i polveroni, la diffusione di messaggi poco chiari ed inesatti, strappati alla circostanza in cui sono nati, diffusi fuori delle sedi appropriate.
Miserabili le parole poco “pesate” che si giocano a cuor leggero l’immagine e il destino di vite votate alla credibilità!

Io sono una maestra d’italiano: a scuola insegno ai bambini, con i semplici mezzi che possiedo, le parole giuste.
Quelle per “costruire”, ma anche e soprattutto quelle per criticare e per riconsiderare quanto merita una critica e un cambiamento.
La libera protesta, il giudizio, l’opposizione a uno stato di cose che si ritenga insufficiente, la denuncia dei guasti…sono conquiste della democrazia, ma la loro espressione va regolata dal rispetto per la verità, per le persone e per il “NOME” che portano e che tramandano ai figli; dalla cura delle vite altrui, specie di quelle che si mettono al servizio degli altri, in forme e modalità varie, e anche quando appaiono imperfette e suscettibili di appunti.
Comprendo, io che vivo i problemi di ogni giorno tal e quale a chiunque altro, l’esasperazione della gente che attraversa tempi difficili e non chiede altro che un po’ di serenità. Ma non è ammissibile, in nessuna misura e accezione, la cattiva fede di chi avvelena la serenità e impedisce la pacificazione. Di chi, per le posizioni che occupa e le cose che fa, certamente possiede strumenti di conoscenza e discernimento: non c’è giustificazione alla maldicenza e all’uso strumentale della verità da parte di chi ricopre un ruolo di educazione, di diffusione di valori spirituali, di chi “sta in mezzo”, maggioranza o opposizione, alla gestione e al governo del bene pubblico e ben conosce le dinamiche di gestione dei problemi; di chi gioca a fare il Grillo, stigmatizza e condanna, senza analisi serie di cause dei problemi e dei possibili rimedi. Inquinando il Nome di persone che lavorano e agiscono, che si espongono...avvolgendo il clima sociale in faide senza fine. 
Per contro, mi auguro sempre che, costi anche sofferenza, chi detiene maggiori e dirette responsabilità, continui a gestire la quotidianità e a progettare il futuro, ignorando la valanga e il contrappasso di atteggiamenti pretestuosi e capziosi.

Il progresso ha migliorato le nostre vite: siamo tutti più bravi, leggiamo libri e il giornale ( alcuni addirittura lo scrivono); discutiamo di filosofia, di pedagogia e di storia, siamo rappresentanti illuminati di cultura e sapere, padri e madri di figli: dispensatori di vita.
Sventoliamo al balcone la bandiera della Pace nel Mondo e ci sentiamo assolti da responsabilità più grandi: non le mettiamo in collegamento con le “modiche quantità” del male che anche noi diffondiamo.
Ci scagioniamo con l'emotività davanti alla Tv, alle notizie terribili del telegiornale, nei convegni e negli interventi, nelle raccolte di fondi, nelle recite a Natale, nel ricorso facile e gratuito alla retorica delle parole.
Sottoscriviamo proclami, inni alla legalità, cartelli di DIVIETO…DIVIETO…DIVIETO; chiediamo sempre più sanzioni, pene e multe, provvedimenti.
Sempre e dovunque “regole”: la Legge Morale, come diceva un filosofo, quella che detta i comportamenti minuti e quotidiani…probabilmente non abita più dentro di noi.
Se solo pensassimo un po’ più in grande!
Quante vite abbiamo da vivere, è "una" la nostra parola d’onore?
Come vogliamo posare la testa sul cuscino, prima di andare a dormire, con quale leggerezza del cuore di avere fatto la nostra parte e di non avere “offeso” niente e nessuno?
Mi pare chiaro e lampante l’obbligatorietà del rispondere all’etica della propria morale, prim’ancora che alla legge dei tribunali e agli obblighi codificati dalla società.
La legge morale dentro di sé: origine di quello che pensiamo, di quello che diciamo e delle cose che facciamo nel corso della nostra esistenza: Per noi stessi, per il poco o il tanto che possiamo fare “a favore” delle vite altrui, nella misura dell’orma che lasciamo di noi.
La forma e il peso di ciò che siamo e del NOME che portiamo.

Mariella Scotto


Grazie.