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Cesare Brandi e Procida PDF Stampa E-mail
Mi è capitato di dover scannerizzare e quindi rileggere l'articolo scritto da Cesare Brandi negli anni sessanta e riapparso più tardi su un numero di Procida oggi del buon Chiodo.
Mi sono commosso e vergognato. Non voglio fare polemica nè oltraggiare nessuno (a cosa serve?), ma questa Procida così ben descritta da Brandi è andata in malora per colpa nostra. Anche mia!
Vi raccomando di rileggere lo scritto di Brandi, anche se fà male!

Ora, Procida, è tutta in quell'arrivo che si fa a Marina Grande, venendo da Napoli o da Pozzuoli, che mi lasciò senza fiato. Perché da lontano, tanto è schiacciata l'isola quasi non si vede, o sembra la predella di quel grande altare che è Ischia. Procida, la predella d'Ischia, non ci goderebbero affatto i procidani, che amano solo se stessi e neppure vogliono sentire dire che sono napoletani; ma l'immagine vale nella prospettiva del golfo, dove Procida, se non si sa com'è fatta, non si distingue da Ischia, sembra una propaggine dlschia. Per questo si ha tutta insieme. Ed ecco la sorpresa. Un allineamento di case di tutti i colori, strette, come una barricata, con tante arcate chiuse a mezzo, come strizzassero un occhio. E sopra un verde intenso, prepotente, quasi selvaggio, tanta è la forza dei getti e dei tralci: viti e limoni. Vi posso assicurare che Procida è tutta qui, e nell'interno fino all'altro capo del paese la Chiaolella, ripete lo stesso spettacolo. E impossibile stancarsene. Perché, almeno fino a qualche anno fa, niente era più autentico della palazzata senza palazzi, della barricata di case che sembra sbarrare l'ingresso a chi sbarca, al forestiero.
Procida ha dunque questo, che di tutte le isole del Mediterraneo, che in parte recano normalmente le tracce di quello che senza ragione siintende per stile caprese, ha conservato gli esempi più puri e numerosi. Questo stile mediterraneo, tanto per intendersi, non è uno stile mediterraneo, ma niente meno che la propaggine rustica di un'architettura illustre, la tardo-romana e bizantina, e, a Procida, con qualche infiltrazione di gusto arabo proveniente da Salerno. Così potete vedere almeno in tre case superstiti all'Olmo, l'arco col piedritto rialzato, come a Salerno, e spessissimo la colonna col capitello e il pulvino. Ma dove non si aspetterebbe sfociare un'architettura tutta di volumi e di colore come la bizantina, di cui, ripeto, quella di Procida è rustica progenie, è nel fatto di apparire come un'architettura estremamente plastica, quasi modellata dalla mano, invece che con la cazzuola: bisogna vedere la gradualità plastica degli sporti, gli spigoli tutti arrotondati come se fossero coperti da mosaici, le risoluzioni impensate liberissime degli archi e delle volte su cui girano le scale esterne. Insomma, entro la gravitazione di un'architettura basata esclusivamente sull'arco e sulla volta, la massima libertà di flessione plastica nei raccordi di una membratura con l'altra. Su questo che è il ceppo nobile dell'architettura procidana e che in nessun altro luogo o isola è cosi' ben conservato, ha accumulato il tempo le sue stratificazioni di comodo o popolaresche. E' un impiego di comodo quello di avere tagliato l'arco di una terrazza a metà, per ricavarci una stanza e a servarsi dell'altra metà come terrazza: è invece una popolarizzazione di questa architettura che doveva essere bianca, l'uso delle tinte, e che tinte soavi, rosa, celeste, giallo. Ma a questo doppio assalto dell'utile e del grazioso facile, l'architettura di Procida ha resistito: non è stata, insomma, sopraffatta. E a questo deve di non essere restata fossile, ma viva, prodigiosamente viva, dove non ci mette le mani l'architetto moderno: che allora rovina tutto. E tanto più rovina, se vuole riprendere lo stile abbellendolo, naturalmente, con piastrelle, ferri battuti e altre sconcezze. Vedete la nuova strada, troppo larga che sembra sganasciare l'isola: un'isola tanto piccola che il suo diametro massimo non fa che tre chilometri. Codesta strada, che già allo sbocco sulla Marina ha infranto malamente la successione serrata delle case, è un
campionario di brutti villini falsamente moderni, un campionario cioè di un gusto già attardato e contaminato da un repertorio insulso di stili che vanno dallo spagnuolesco al procidano di maniera: in fondo a questa strada fasulla, si alza la Terra murata con il suo carcere cupo, ma visualmente degno. Mentre, abbassando lo sguardo fra i pochi superstiti limoni, si ritrova la gazzarra dei villinetti, degli chalet pretenziosi con le scalinate fatte a ventaglio, che, cosa mai vista, cominciano strette e finiscono larghe; miserabile fiera paesana senza più il decoro di una povertà rispettabile e con la sfacciataggine dell'arricchito che ama solo il lustro e il nuovo.
Ancora resiste la vecchia Procida all'interno del paese, lungo la salita della Terra murata, con case bellissime dai colori rosati, acquei, paglierini: ma già la Terra murata, dove la gente non vuol più stare, è caduta in rovina, sbriciolata anzi, come accade in questi muri per metà impastati di fango, se fa tanto di scrostarsi l'intonaco. Pure mette il conto di salire alla Terra murata, perché il panorama è quanto di più ameno e variato: Procida è come un polpo, avanza i suoi tentacoli, e sono i verdi promontori di Pizzago, di Solcharo, e dall'altro lato, verso Ischia, di Punta Serra, del Cottimo. Un fazzoletto di terra ma tutto tratagliato, e come se i crateri sprofondati che fanno baie di acqua tiepida e limpidissima, fossero piuttosto laghi in riva al mare, come laghi sono rimasti, quelli poco più lontani, sulla costa flegrea dell'Averno e del Fusaro.
Poi, proprio sotto la Terre murata, il porticciolo delle Corricella con le barche de pesca, come gli insetti neri che si vedono nelle acque morte, come foglie secche, o come gusci vuoti e la loro cave occhiaia quasi riproduce nell'acqua le cave occhiaie delle porte e delle finestre di quelle case povere che si sovrammet tono sulla riva, più scavate nelle roccia che costruite. Un paese formicolante, una termitiera eppure così umano, cosi umile e splendente, nella notte, coi suo colori leggeri e stinti. Come sciacquati nel lume di luna.
Cesare Brandi
 
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